Un condono? Solo a patto che poi si riduca la pressione fiscale
"Questo sarà l'ultimo"
La frase più abusata a proposito dei condoni è che "questo sarà l'ultimo". Eppure, se davvero fosse l'ultimo, il condono proposto da alcuni settori del centrodestra potrebbe essere accettabile. In fondo, come scriveva Samuel Beckett, "Vè un'ultima volta anche per le ultime volte". Per digerire una sanatoria fiscale, occorre partire da una comprensione delle cause. Se infatti. la causa prossima è l'esigenza di trovare soldi per l'erario senza bastonare ulteriormente gli italiani già asfissiati dalle tasse, vi sono ragioni profonde con le quali il paese sembra non riuscire a fare i conti. La prima è che nonostante tutto, se la gente evade è perché il beneficio atteso è superiore al rischio e alla eventuale sanzione. Ognuno può interpretare questa banale osservazione come gli pare - e molti arrivano alla conclusione frusta e frustrata da decenni di tentativi fallimentari di. inasprire le sanzioni e moltiplicare i controlli. Alcuni dati di fatto vanno comunque considerati. Per esempio, i numeri usualmente sventolati per magnificare i risultati della lotta al sommerso (nel 2011, ennesimo anno record, sarebbero 11 i miliardi fatti emergere dai Sopranos del. fisco) sono virtuali: solo una frazione entra effettivamente nelle casse dell'erario, che tra l'altro perde più della metà dei ricorsi (nel 2007, il 58 per cento). Inoltre, l'evasione fiscale non è una variabile indipendente, ma è legata alla pressione fiscale e alla complessità del sistema tributario (da cui dipende) e alla crescita economica (che può influenzare).
Per il rapporto dell'Ocse "Taxing Wages", un lavoratore single con uno stipendio medio lascia allo stato il 46,9 per cento del salario, contro una media Ocre di 1.1 punti. inferiore. Un contribuente ad alto reddito perde 52 centesimi per ogni giuro dichiarato: l'incentivo a evadere è "built in". Non parliamo, poi, dei costi: secondo la Banca mondiale, per pagare le tasse ci vogliono mediamente 285 ore all'anno, contro le 199,3 della media Ocse. L'evasore, insomma, non è un deviante patologico, ma la manifestazione fisiologica della nostra "normalità fiscale".
Lo stesso Fondo monetario internazionale si è raccomandato di "semplificare il sistema fiscale allo scopo di sostenere la crescita e migliorare la correttezza fiscale". Poi c'è il modo in cui la lotta all'evasione è condotta. Sulla Stampa, Luca Ricolfi ha scritto che "far pagare gli evasori" è "l'ultima zattera" di "un ceto politico che non sa più che pesci pigliare".
Come minimo la caccia al nero implica l'impiego di mezzi e risorse sui quali non è enorme la trasparenza. Per giunta, ogni giuro riscosso è sottratto alle attività produttive e, dunque, ha inevitabilmente effetti recessivi. A meno che non esistano meccanismi automatici e a prova di bomba in virtù dei quali esso viene restituito all'economia per mezzo di riduzioni fiscali o misure analoghe - che è esattamente il punto del condono.
La periodicità dei condoni e la loro relativa inefficacia e conseguenza diretta di un fisco esoso e bizantino. Perché questo sia davvero l'ultimo, bisogna che esso non sia disegnato per "fare cassa facile", ma venga interpretato come lo strumento per acquistare tempo e ottenere risorse. Risorse per mitigare l'emergenza e tempo per riformare davvero il sistema tributario nel senso dell'equità e della semplicità. In altri termini, un condono può avere senso solo se è parte di un patto esplicito e credibile: se, cioè, serve a ridurre la pressione fiscale sul lavoro e sulle imprese attraverso una più ampia revisione del meccanismo tributario. Le imposte vanno tagliate di numero e per entità, accompagnando le entrate "spot" (condono e privatizzazioni) a robuste misure pro crescita (liberalizzazioni e riforma fiscale). Tale promessa va sigillata con qualcosa di più delle parole: per esempio, una norma che subordini nuove sanatorie a un voto delle camere a maggioranza qualificata. Per uscire dal vicolo cieco, bisogna sostituire regole cattive con regole buone. Il problema non è il condono in sé: è che sia l'ennesimo dopo il quale ne arriva un enne-più-unesimo. Il vero rischio è che, se verrà, anche questa volta vada sprecato.

Da Il Foglio, 12 ottobre 2011
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