Il vero federalismo facciamolo iniziare da Michelangelo
Il tabù del passaggio dei beni culturali dallo Stato ai privati ha una portata incendiaria
Tra le molte pagine della Manovra Monti vi è anche un breve comma che riguarda una questione assai rilevante per l’Italia: il federalismo demaniale per i beni culturali. Ovvero, il passaggio di proprietà delle nostre bellezze dallo Stato a regioni o enti locali.
La questione è cruciale se si considera l’attuale condizione di paralisi del sistema dei beni culturali, così dominato dallo Stato eppure così poco valorizzato, tra musei con esigui visitatori e siti di interesse culturale afflitti da cattiva gestione e riqualificazione assente.
La normativa sul federalismo demaniale per i beni culturali è cavillosa e poco chiara: prima infatti si afferma in modo esplicito che ne sono esclusi i “beni appartenenti al patrimonio culturale”, poi cominciano i “salvo…”. Ad ogni lettura del testo, però, le maglie si allargano sempre di più e concreta è la possibilità che un po’ del nostro patrimonio possa passare agli enti locali. Il tutto attraverso un percorso fatto di richieste e accordi di valorizzazione pattuiti con lo Stato.
La Manovra Monti non stravolge i termini della questione, ma chiarisce e allunga i tempi per il trasferimento dei beni. Insomma, la partita è aperta e va giocata.
Il tabù del passaggio dei beni culturali dallo Stato ai privati ha una portata incendiaria, pari almeno all’abolizione dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Per questo il passaggio dei beni culturali dallo Stato agli enti locali (quindi sempre sotto il pubblico) è un processo assai più digeribile.
Ma perché anche il solo trasferimento dallo Stato alle autonomie territoriali va giudicato con favore?
Coloro che vogliono la centralità dello Stato affermano: lo Stato è il miglior garante della preservazione delle nostre bellezze perché quanto più ci “avviciniamo” al bene culturale tanto più sopraggiungono interessi diretti, complicità e collusioni. Tutto ciò può gravare dannosamente sul bene culturale, mentre il neutro centralismo è alieno da tali pericoli. La loro conclusione è poi la seguente: lo Stato è il miglior soggetto per governare il nostro patrimonio perché centralizzando tutela e valorizzazione, garantisce quella imparzialità di intervento che invece la “vicinanza” compromette.
La realtà dei fatti mostra però il contrario: una chiesa o una dimora storica sono sentite tanto più preziose dalle collettività locali quanto più la loro gestione si intreccia con le decisioni e le scelte delle comunità stesse. Molte cattedrali sono nate con il sostegno delle persone del luogo, grazie spesso alle offerte della gente povera o di modesta condizione.
Se il Ministero ha meno interessi diretti su una chiesa e quindi è meno influenzabile nelle scelte, al tempo stesso è anche più incapace di capire e interagire con le decisioni e i progetti delle persone che vivono attorno a tale chiesa.
Gli “Stato-centrici” sono poi i primi a sostenere l’omogeneità e l’unitarietà delle pratiche che governano i beni culturali: pensano così che si preservi meglio l’identità nazionale. Ma la standardizzazione non consente che si sperimentino a livello locale pratiche innovative e coraggiose. Decentrare la proprietà e il governo dei beni culturali non potrà che avere ricadute positive per realizzare soluzioni su misura. Ciascuna regione o città può così trovare la propria via per valorizzare i suoi tesori. Ogni contesto ha le sue specificità e richiede attenzioni e flessibilità che oggi sono negate.
La questione merita davvero molta attenzione. A regioni ed enti locali vengono richieste idee e intraprendenza per promuovere una valorizzazione del proprio territorio che possa far leva sulle bellezze che hanno. Perché, se i beni culturali sono la nostra ricchezza, è bene toglierli dalla cassaforte e farne buon uso, oggi più che mai.
Da Il Giornale, 16 dicembre 2011