In via di sottosviluppo
La crisi in atto rappresenta l’ultima fase di una decadenza le cui radici risalgono molto indietro nel tempo o siamo in presenza di un isolato incidente di percorso di un Paese che cresce con continuità e vigore?
La crisi in atto rappresenta l’ultima fase di una decadenza le cui radici risalgono molto indietro nel tempo o siamo in presenza di un isolato incidente di percorso di un Paese che cresce con continuità e vigore? Mi piacerebbe credere a questa seconda ipotesi ma i dati non la confortano. Vediamo come sono andate le cose per il tasso di sviluppo dell’Italia nell’ultimo mezzo secolo circa.
Nel 1961, a conclusione degli anni del miracolo economico e dei governi di centro, l’economia italiana cresceva ad un tasso di poco inferiore al nove per cento (8,8%). Poi, nell’anno successivo con l’avvento dei socialisti al potere, i primi governi di centro-sinistra riuscirono con una serie di misure avventate di politica economica a determinare un progressivo calo dello sviluppo che diminuì di due terzi: nel 1964 si aggirava sul 3%. Poi, dopo la sconfitta elettorale del 1963, con la perdita di due milioni di voti, il centro-sinistra addivenne a più miti consigli ed il tasso di sviluppo prese a risalire, raggiungendo l’8% nel 1968. Complessivamente, gli anni Sessanta furono tuttavia un decennio di sviluppo economico sostenuto: il tasso medio dal 1961 al 1969 fu pari ad oltre il 6%.
Andò meno bene nel decennio successivo ma l’economia italiana continuò a crescere bene: dal 1970 al 1979 il tasso medio annuo di crescita fu pari al 5,6%. Nei disastrosi anni Ottanta, quando il debito pubblico esplose (dal 54% del Pil nel 1980 arrivò, nel 1993, il 123%) e l’inflazione taglieggiò i risparmiatori (il tasso medio di quegli anni fu superiore all’11% con punte del 20%), scese al 3% (3,07%). Ancora peggio le cose andarono nei due decenni successivi: dal 1990 al 1999 il tasso di crescita superò di poco il 2% (2,36) e dal 2000 al 2008 è stato di poco superiore all’errore statistico e sarà negativo nell’anno in corso.
La crisi attuale, quindi, rappresenta certamente un fenomeno eccezionale di patologia economica, ma per quanto ci riguarda si inserisce in un processo di declino pluridecennale: sembrerebbe che l’Italia che ha stupito il mondo per la sua vitalità negli anni Cinquanta e Sessanta, sia diventata un Paese in via di sottosviluppo. La cosa dovrebbe grandemente preoccuparci perché i paesi non nascono ricchi, diventano ricchi grazie allo sviluppo economico; se questo si arresta la decadenza economica diviene inevitabile.
Molte sono le cause della nostra decadenza economica, alcune possono essere corrette in tempi brevi mentre altre richiederanno politiche lungimiranti e perseguite con continuità per diversi anni. Un fattore di declino è certamente quello demografico: siamo un Paese moribondo che, quanto a tasso di fertilità, si colloca al 212° posto in una graduatoria di 226 paesi. Siamo anche un Paese vecchio: abbiamo la più alta percentuale di ultrasessantenni sulla popolazione totale, un italiano su quattro ha più di sessant’anni. Infine, ma non meno importante, siamo anche il Paese che usa meno i suoi “anziani”: solo il 14% degli ultrasessantenni è ufficialmente nella forza lavoro, contro il 23% degli USA ed il 45% del Giappone.
Il rimedio a questo disastro non è difficile da immaginare: dobbiamo accrescere la partecipazione di tutti alla forza lavoro, elevando per uomini e donne l’età pensionabile in coerenza con la durata della vita, e favorire l’immigrazione di lavoratori (non delinquenti) stranieri. Così facendo, daremo un colpo all’economia sommersa (i pensionati in età giovanile hanno l’abitudine di lavorare in nero, danneggiando l’erario e distorcendo la concorrenza) con vantaggi per le entrate dello Stato e del funzionamento corretto dei mercati.
Ma soprattutto dobbiamo razionalizzare le spese e ridurre drasticamente le aliquote d’imposta. Quanto alle spese, è perfettamente possibile dedicare risorse adeguate ai settori essenziali dell’amministrazione pubblica eliminando i troppi indifendibili sprechi che caratterizzano il malgoverno italico. La decisa e cospicua riduzione delle aliquote unita all’abolizione del maggior numero possibile di scappatoie, deduzioni e detrazioni, stimolerebbe lo sviluppo incoraggiando il lavoro il risparmio e l’investimento e farebbe aumentare significativamente il gettito tributario. E non dimentichiamo che un clima fiscale favorevole costituisce un poderoso incentivo per gli investitori esteri e che l’afflusso di capitale dall’estero è essenziale per accrescere lo stock complessivo di capitale investito in Italia.
Il declino non è affatto inevitabile: se lo vogliamo davvero, possiamo scongiurare quel tragico esito e non è nemmeno difficile riuscire ad individuare cosa fare; ma non lo stiamo facendo. Non dimentichiamo che ciò che smette di crescere comincia a marcire.