La moltiplicazione delle authority è soprattutto l'esito della crescita della burocrazia
24 Marzo 2025
L'Economia – Corriere della Sera
Alberto Mingardi
Direttore Generale
Argomenti / Politiche pubbliche
Lo scorso 18 febbraio, Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo con importanti implicazioni per il futuro delle autorità indipendenti, a cominciare dalla Federal Reserve. La norma impone la supervisione del potere esecutivo su alcune agenzie — fra le altre la Sec (regolamentazione finanziaria), la Fcc (telecomunicazioni), la Ftc (concorrenza). Sotto il profilo giuridico, Trump sostiene che non sarebbe in grado di «curarsi che le leggi siano fedelmente eseguite», come previsto dal secondo articolo della Costituzione, senza esercitare un controllo più stringente su tali enti.
In base al provvedimento, dovranno presentare le loro proposte di regolamentazione all’Oira (Office of Information and Regulatory Affairs), che fa parte dell’Office of Management and Budget (Omb). Le norme proposte verrebbero poi esaminate dalla Casa Bianca per verificarne la congruità con l’agenda dell’amministrazione e con i vincoli dei costi-benefici.
L’Omb acquisirebbe così un potere di supervisione sui bilanci degli enti. Potrà redigere «standard di performance e obiettivi di gestione» peri medesimi. La cosa di per sé può non sembrare particolarmente eclatante, specialmente negli Stati Uniti, dove alcune delle branche dello «Stato amministrativo» nascono proprio su iniziativa presidenziale.
Uno degli obiettivi dichiarati da Trump è quello di aumentare l’accountability delle autorità indipendenti, che somigliano spesso a vere e proprie repubbliche autonome. Il che implicherebbe di riportare la responsabilità delle decisioni (perlomeno nelle loro linee generali) in capo a un politico eletto (il presidente) anziché a funzionari non eletti.
Non c’è dubbio che i padri fondatori abbiano pensato un governo nel quale esistevano tre poteri (il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario) e non quattro. Le autorità indipendenti si sono affermate, nel secolo scorso, in conseguenza di tre diversi fenomeni. Il primo è la frustrazione dei legislatori per i tempi stessi delle loro attività. Negli Stati Uniti come ovunque, il Parlamento ha bisogno di tempo per scrivere le leggi, e di solito questo tempo sembra inusitatamente lungo, soprattutto nei momenti di crisi. I tempi della politica non sembrano adeguati ai cambiamenti della società, o dell’economia.
Il secondo fenomeno è l’insoddisfazione per le modalità di funzionamento del potere giudiziario. Il quale ha bisogno che le persone abbiano una controversia, e si rivolgano a un tribunale per risolverla, per arrivare a una qualche deliberazione. In più, il giudice è un tecnico, ma un tecnico del diritto: non necessariamente un esperto di problemi ambientali o di telecomunicazioni. Che abbisognerebbero pertanto di essere governati da enti composti da persone con l’esperienza e le competenze rilevanti.
Il che ci porta al terzo fenomeno. La moltiplicazione delle authority è soprattutto l’esito della crescita della burocrazia. È quest’ultima a esigere che noi affidiamo poteri sempre più ampi a quei «tecnici» che sono meglio attrezzati per fronteggiarla.
Le autorità sono da sempre «indipendenti» rispetto alle proprie modalità di funzionamento: la nomina è sempre, un po’ ovunque, politica, ma la loro operatività quotidiana è sottratta al controllo costante dei politici. Ciò serve per de-politicizzare alcune questioni, per toglierle al dibattito fra fazioni e provare invece a inquadrarle sulla base di parametri che sono condivisi dagli esperti indipendentemente dalle necessità del consenso.
Come in tutte le cose umane, ci sono pro e contro. Da una parte la de-politicizzazione di materie complesse è stata spesso utile per costruire un quadro regolatorio più certo e più stabile, necessario allo sviluppo di nuove iniziative. Dall’altra, per gli operatori economici è più comodo interfacciarsi con esperti che conoscono bene le questioni che li riguardano, con cui parlano la stessa lingua, e che un giorno, in un gioco di porte girevoli, magari lavoreranno per loro, che navigare le acque imprevedibili delle assemblee elettive. Il politico che regolamenta rischia di essere male informato e rozzo nelle sue deliberazioni. Il regolatore di professione è spesso «catturato» dagli interessi rilevanti.
Col suo ordine esecutivo, Trump mette a rischio il principio dell’indipendenza delle agenzie. Riafferma anche però, come ha scritto uno dei più brillanti osservatori della politica americana, Yuval Levin, le ambizioni di governo della presidenza su tutte le articolazioni del potere esecutivo. Il che non è detto che sia un male e anzi può fare chiarezza.
L’indipendenza delle autorità non è purtroppo disgiunta dal profilo e dal comportamento di chi le dirige. Oggi si scopre che Trump esercita una pressione sulla Federal Reserve perché abbassi i tassi: ma non è quello che fanno, da parecchi anni in qua, non solo i Presidenti americani ma anche tutti i governi europei? E come si fa a biasimare la politicizzazione, per esempio, dell’Antitrust, dopo che l’amministrazione Biden aveva affidato la Federal Trade Commission a un’attivista politica, Lina Khan, in buona sostanza perché aveva scritto un libro contro Amazon?
Indipendenza fa rima con autorevolezza e, al pari di quest’ultima, non è solo una faccenda di codici e statuti ma ha a che fare con il profilo e la storia personale di chi occupa un certo luogo. Paul Volcker, per intenderci, non avrebbe mai pensato che il banchiere centrale fosse il cameriere del Presidente degli Stati Uniti. Di quanti banchieri centrali contemporanei si può dire lo stesso? Di regolatori di quella tempra si è perso lo stampo. Senza di essi, però, l’indipendenza delle autorità rischia di rivelarsi solo forma senza sostanza.